Chi ti credi di essere?
Il Rebirthing Essenziale: dall’oblio dell’indegnità al risveglio dell’Amore
INDICE
Prefazione
- Dedica ai miei genitori: Otello e Fioralba
- Il senso di questo viaggio: dal dolore all’Amore
Paragrafo 1 – La falsa identità: “Chi ti credi di essere?”
- La costruzione dell’ego come armatura di sopravvivenza
- L’apparente felicità: forme di compensazione e maschere
- La menzogna personale: essere sbagliata, cattiva, pericolosa
- L’illusione della colpa e il sabotaggio della gioia
Paragrafo 2 – La responsabilità come atto d’amore
- La differenza tra colpa e responsabilità
- Prendersi la vita: il ritorno a Sé
- Il Rebirthing come strumento per reclamare il proprio potere
Paragrafo 3 – Il patto d’incarnazione: anima, genitori, nascita
- La scelta dell’anima e la missione di apprendimento
- Il parto indotto: nascere fuori tempo, la ferita dell’interruzione
- Il grembo materno come campo vibrazionale
- Le prime credenze: “Non sono desiderata”, “Sono un peso”
Paragrafo 4 – La relazione primaria: madre e padre come specchi evolutivi
- Mia madre: l’assenza d’amore come dono spirituale
- Mio padre: il legame tra amore e paura
- Il triangolo vittima-carnefice-salvatrice
- Amare chi non sa amare: la dipendenza affettiva
Paragrafo 5 – Dall’anestesia emotiva alla rinascita spirituale
- La protezione dell’anima: il gelo e la rabbia sepolta
- Respirare per sentire: il Rebirthing come ritorno alla verità
- L’incontro con Dio attraverso il respiro
Paragrafo 6 – Le relazioni come maestri: l’amore che riapre le ferite
- La ripetizione dello schema genitoriale nei partner
- Il bisogno d’amore e l’illusione della salvezza
- Il fallimento come iniziazione
- “Vuoi avere ragione o essere felice?”
Paragrafo 7 – Il nuovo tempo: vivere nell’essenza
- Dal controllo alla fiducia
- Il tempo ritrovato: essere nel proprio ritmo
- Educare con amore: il cambiamento nella relazione con i figli
- La missione spirituale come Operatore Olistico
Ringraziamenti
Dedica
A mia madre e mio padre,
che con il vostro amore sconfinato, mi avete donato la vita perfetta. Nel mio cammino ho cercato risposte ma ho trovato molto di più, l’amore che non chiede di essere diverso da com’è stato. Oggi vi vedo, vi accolgo, vi amo ed onoro. Con amore LorettaPrefazione
Il senso di questo viaggio, dal dolore all’amore.
Questa tesi nasce da un’urgenza dell’anima, raccontare il mio risveglio, il ritorno a casa, il viaggio da quella voce interiore che sussurrava “sei sbagliata” alla verità essenziale che oggi mi abita: io sono luce e amore. Scrivere questo lavoro è stato come respirare ancora, ma più a fondo. Ogni parola è stata attraversata dal mio respiro consapevole, lo stesso che mi ha condotto nei luoghi più nascosti e feriti della mia storia per restituirmi a me stessa. Non è stato un cammino facile, l’ho iniziato convinta di sapere chi ero e con una forma di felicità costruita con cura e disciplina. Poi il Rebirthing ha aperto crepe, attraverso le quali è passata la verità. Questa è la narrazione di un incontro, quello con la mia menzogna personale e la radice di tutta la sofferenza con la convinzione profonda di essere sbagliata, cattiva, distruttiva e indegna. Una convinzione silenziosa, incistata nei miei tessuti, nei miei pensieri, nella mia nascita stessa. Ma è anche il racconto della mia presa di responsabilità, del giorno in cui ho smesso di cercare colpevoli e ho scelto di essere la creatrice della mia vita. Il Rebirthing mi ha insegnato a respirare davvero, a stare e ad accogliere senza più lottare. Mi ha riportato alla mia incarnazione, alla mia nascita, al mio patto animico con i miei genitori Otello e Fioralba, che oggi ringrazio con profondissima gratitudine. Loro sono stati, consapevolmente o no, strumenti dell’amore che mi ha chiamata qui, in questo tempo, in questo corpo, con queste ferite che oggi riconosco come portali sacri. In questo cammino ho scoperto che ogni ferita era una soglia, ogni trauma un portale. La mia nascita, apparentemente imposta e forzata, era invece la prima tappa del mio patto animico, il primo sì che ho detto alla vita. I miei genitori, con tutto il loro carico di dolore, erano i maestri perfetti per insegnarmi ciò che ero venuta ad apprendere: l’amore incondizionato. Per comprendere davvero l’amore incondizionato, ho scelto di attraversare anche la sua antitesi, ossia la violenza, l’assenza e la mancanza. È stato solo passando attraverso ciò che l’amore non è, che ho potuto riconoscere, con chiarezza, ciò che l’amore è. Questo non è solo un percorso personale, ma il disegno sacro di un ritorno all’origine. Ho scritto queste pagine per onorare quel viaggio invisibile e potente che mi ha condotto, passo dopo passo, dal dolore che credevo di essere all’amore che sono sempre stata. È un viaggio che attraversa la vergogna, la colpa, la paura di amare, l’illusione dell’indegnità… fino al riconoscimento della mia essenza divina. Scrivere questa tesi significa per me riunire i frammenti sparsi della mia identità, portarli alla luce e restituirli al cuore, là dove tutto è cominciato. Significa offrire testimonianza a chiunque si sia sentito sbagliato, cattivo e non degno di esistere, non siete soli e non è vero. La menzogna dell’indegnità si scioglie solo nell’abbraccio della nostra verità essenziale. Il Rebirthing è il mezzo che mi ha riportata a casa. Questa tesi è il racconto di quel ritorno, dal dolore che mi definiva all’Amore che mi contiene. A chi mi leggerà, auguro il coraggio di togliersi la maschera e fare un respiro profondo, perché la verità non è mai lontana, è sepolta sotto tutte le bugie alle quali abbiamo creduto. Questa tesi è il mio grazie. Loretta SantiParagrafo 1
La falsa identità: “Chi ti credi di essere?”
“Nulla di ciò che è reale può essere minacciato. Nulla di ciò che è irreale esiste. In questo risiede la pace di Dio.” — Un Corso in Miracoli (prefazione pag. 8)Per tutta la vita ho creduto di essere qualcosa che non ero. Una persona sbagliata, inadatta e colpevole. Una donna da correggere, da contenere, da perdonare. E intorno a questa convinzione si è costruita una forma, un’identità, una narrazione coerente. Sono quella che si sacrifica, che aggiusta, che sopporta, che non è mai abbastanza. Questa era la mia verità apparente, la mia falsa identità. Ma chi l’aveva creata? Nel mio cammino, prima del Rebirthing, avevo già incontrato molte pratiche, molte parole, molti strumenti. Eppure il cuore del dolore restava lì, intatto. Una parte di me si aggrappava a questa idea di “me stessa” perché era familiare. Era la mia corazza, la mia storia, il mio rifugio. Anche se mi faceva soffrire, almeno la conoscevo. Era il mio ego, un’identità costruita per sopravvivere, non per vivere. Il Rebirthing è stato il momento in cui quella struttura ha cominciato a tremare. Non con la forza della teoria, ma con il potere del respiro. Un respiro alla volta, ho iniziato a smascherare la voce che mi diceva chi dovevo essere per essere accettata. Ho iniziato a vedere la trappola, confondevo la mia storia con la mia essenza e le ferite con la mia verità. Durante una delle prime respirazioni, è emersa con chiarezza una frase interiore, secca, netta: “Io sono cattiva.” Non era un pensiero, era una certezza antica, impressa nel mio sistema nervoso, scolpita nella mia memoria cellulare. In quel momento non ho provato vergogna, ma un senso quasi di liberazione, come se quella voce che avevo sempre temuto potesse finalmente essere ascoltata. Ma quella non era la verità. Era una menzogna. Una menzogna personale. Una costruzione psico-emozionale nata dall’infanzia, dall’ambiente familiare, da dinamiche che mi hanno fatta sentire responsabile del dolore degli altri. È così che ho imparato a non esistere annullando i miei bisogni, mascherando le emozioni, costruendo relazioni in cui dare era più sicuro che ricevere. Questo non era amore, era adattamento. Mi sono definita attraverso il senso di colpa. Ho costruito una forma sociale adeguata, persino amabile, ma dentro di me si agitava un conflitto costante: l’impulso di vita e quello di morte. Vivevo in trazione, come sospesa con l’eterna domanda sempre presente “Chi ti credi di essere?” Questa era una domanda che mi portavo dentro, come un’accusa e per non sentirmi sbagliata ho indossato maschere, quella della “brava”, la “disponibile” e la “spirituale”. Ma niente bastava. Con il Rebirthing ho compreso che la menzogna personale non è un errore, ma un portale. È l’ingresso principale alla nostra guarigione. Riconoscerla non significa rinforzarla, ma vederla per quello che è, ovvero una struttura creata per proteggerci, che con il tempo ci ha imprigionati. Quella voce interiore che mi diceva “sei sbagliata”, era il grido antico di una bambina che chiedeva solo di essere vista, accolta e amata senza condizioni. Non sono sbagliata. Non lo sono mai stata. E nessuno lo è. Il vero sé non ha bisogno di migliorarsi, ha solo bisogno di essere ricordato. La menzogna cade quando smettiamo di identificarci con l’ego e iniziamo ad ascoltare la voce dell’essenza. Quella voce che non accusa, che non misura e che non condanna ma semplicemente dice: “Tu sei.”
Paragrafo 2
La responsabilità come atto d’amore
“Io sono responsabile di ciò che vedo. Scelgo le sensazioni di cui faccio esperienza, e decido l’obiettivo che voglio raggiungere. E ogni cosa che sembra accadermi la chiedo, e ricevo secondo ciò che ho chiesto.” — Un Corso in Miracoli, Capitolo 21, Sezione II, Paragrafo 2, pag. 422Prima di incontrare il Rebirthing, la parola responsabilità per me era sinonimo di peso, obbligo e dovere. Sentirmi responsabile era come caricarmi di qualcosa che non riuscivo a sostenere, come le emozioni degli altri, i bisogni della mia famiglia e la sofferenza di chi amavo. Essere responsabile significava, nel mio schema inconscio, essere colpevole. È stato solo grazie al Rebirthing che ho compreso il vero significato della parola responsabilità, ossia atto d’amore. Non verso gli altri, ma prima di tutto verso me stessa. Non un obbligo, ma una scelta. Non un’accusa, ma una liberazione. Respirando, ho smesso di cercare colpevoli. Ho iniziato a guardare ogni evento della mia vita come una chiamata dell’essenza. Anche il mio parto indotto, la mia nascita forzata, ha cessato di essere una “violenza subita” per rivelarsi come prima parte del mio patto d’incarnazione. Ho scelto quel tempo, quella madre, quel padre. Ho scelto anche il dolore, perché l’anima che ero sapeva che dentro quel dolore c’era un seme di luce. La svolta è stato capire che quel seme può germogliare solo se si smette di credere che qualcun altro debba salvarci. Essere responsabili significa tornare al centro del proprio potere. Non posso cambiare quello che è stato, ma posso decidere cosa farne. Posso scegliere di respirare attraverso le ferite, di accogliere la mia storia senza più subirla. Posso dire: “Sì, questo è il mio cammino, l’ho scelto e ora posso guarirlo.” In questo passaggio interiore, ho imparato a distinguere tra responsabilità e colpa. La colpa paralizza e ci trattiene nel passato, la responsabilità libera e ci restituisce il presente. Nel mio vissuto, la colpa era onnipresente, mi sentivo responsabile per la sofferenza di mia madre, per la rabbia di mio padre, per le crisi nei miei legami, persino per il mio desiderio di felicità. Mi sono sentita colpevole per essere viva, per avere bisogni e per non riuscire a salvare gli altri. Poi ho capito, non sono qui per salvare nessuno. Sono qui per evolvere, amare e liberarmi dalla violenza. Questa consapevolezza è diventata rivoluzionaria. Il Rebirthing mi ha insegnato che prendere la responsabilità della mia vita non significa controllarla, ma esserne presente, fino in fondo. Significa accettare ciò che sento, significa dire la verità, anche quando fa paura. Significa lasciare andare il ruolo di vittima, rinunciare all’illusione della salvezza esterna, e scegliere, con dolcezza e fermezza, la via dell’autenticità. Questa è la responsabilità che guarisce. La responsabilità come atto d’amore è uno sguardo che si posa su di sé con tenerezza, che smette di giudicare e inizia a comprendere. È quando riconosco che ogni relazione difficile, ogni dinamica dolorosa, ogni fallimento, conteneva in sé un messaggio per me, un invito al risveglio. E allora posso dire: “Grazie”. Non perché è stato facile, ma perché mi ha portata a me.
Paragrafo 3
Il patto d’incarnazione: anima, genitori e nascita
“La Volontà di Dio per me è felicità perfetta.” — Un Corso in Miracoli, Lezione 101Nel momento in cui ho iniziato a respirare davvero, a fondo, in verità, ho compreso qualcosa di importante, non sono “capitata” in questa vita, l’ho scelta. Non c’è nulla di casuale nel mio essere qui, nel corpo che abito, nel tempo che vivo e nella famiglia in cui sono nata. Tutto, ogni dettaglio, è parte di un patto d’incarnazione più grande, sacro e necessario a cui io ho detto sì. L’essenza che ero prima di venire al mondo ha detto sì. Ho scelto Otello e Fioralba come genitori, per le esperienze che solo loro potevano farmi vivere e nonostante i silenzi, la violenza e la distanza, sono stati i genitori perfetti per me. Li ho scelti perché la mia essenza sapeva che solo attraverso quelle esperienze, quei corpi, quelle voci, avrei potuto ritrovare la via verso la mia verità. Mia madre, chiusa nel dolore e nell’alcol, incapace di amare, mi ha insegnato cosa significa non ricevere. E proprio per questo, oggi so riconoscere quando l’amore è autentico e quando è solo dipendenza. Mio padre, col suo autoritarismo e la sua rabbia, ha incarnato tutto ciò che temevo di essere, pericolosa, distruttiva, sbagliata. Eppure oggi lo vedo, era solo lo specchio di una ferita più antica, che cercava redenzione. Anche la mia nascita non è stata un “errore”. Sono nata con un parto indotto, forzato, una spinta esterna ha deciso quando dovevo venire al mondo. Allora non lo capivo, ma oggi so che quella dinamica racchiudeva l’essenza del mio karma: la difficoltà a fidarmi del tempo della vita, a sentire che potevo fluire e che non c’era nulla da forzare. Per anni ho vissuto come se dovessi sempre correre, guadagnarmi ogni cosa, spingere per esistere. Durante una respirazione profonda, ho rivissuto il mio parto. Ho sentito il corpo costretto, il tempo violato, la rabbia trattenuta. Ma poi è arrivata la verità: io ho scelto quel modo di nascere. Per ricordarmi che posso liberarmi. Che posso respirare anche nei luoghi stretti, nelle costrizioni. Che la vita non mi ha ingannata, mi ha dato una mappa per tornare a me. Il patto d’incarnazione non è un contratto di dolore, ma un atto d’amore. Abbiamo scelto ogni cosa non per punizione, ma per evoluzione. Abbiamo chiesto esattamente quelle esperienze, quelle ferite, quei nomi, quei corpi, perché sapevamo che un giorno, in mezzo al caos, avremmo ricordato chi siamo. Che un giorno, respirando, ci saremmo svegliati. Il Rebirthing mi ha permesso di smettere di sentirmi vittima del mio passato e di iniziare a leggerlo come un codice sacro, scritto da me, per me. Ogni dettaglio della mia storia, dalla casa in cui sono cresciuta alle relazioni che ho attratto, ha preso nuova luce. Non ero sbagliata. Non erano sbagliati neppure loro. Tutti stavamo solo interpretando il copione perfetto per il nostro risveglio. Oggi onoro quel patto. Onoro la bambina che ha detto “sì” alla vita. Onoro i miei genitori per aver sostenuto il ruolo difficile di mostrarmi la mia ombra, affinché potessi un giorno riconoscere la mia luce. E onoro la nascita, non più come trauma, ma come porta sacra. Nel tempo del grembo non ci sono parole, solo vibrazioni, tutto è energia e sensazione. Nel ventre di mia madre ho percepito il mondo prima di nascere e quel mondo era pieno di paura e confusione. Il suo corpo era il mio primo universo ed era attraversato da emozioni non elaborate, in una relazione disfunzionale, da una giovanissima donna che non era pronta ad accogliere davvero la vita. Il grembo materno è il primo campo vibrazionale in cui si imprime la memoria dell’essenza, è lì che si sedimentano i messaggi inconsci che formeranno le prime credenze su chi siamo, su quanto valiamo, su cosa aspettarci dall’amore. Io nel grembo non ho sentito accoglienza, ho percepito ambivalenza e solitudine. Quando lo spazio, che dovrebbe essere il più sicuro, diventa minaccioso o instabile, l’essenza si contrae, si difende, si separa. Così ho imparato a trattenermi, a non chiedere troppo e a non disturbare. Durante alcune respirazioni ho potuto rivivere quelle sensazioni e non erano ricordi “mentali”, ma memorie fisiche, corporee, primitive, che dicevano “Non sei al sicuro, non sei voluta. Trattieni il respiro.” Ed è lì, prima ancora della nascita, che si sono formate le prime credenze che avrebbero segnato la mia identità, ho imparato che la mia esistenza era troppo faticosa, troppo rumorosa, troppo ingombrante. Non perché lei me lo abbia mai detto, ma perché l’ho percepito nelle sue emozioni, nei suoi silenzi, nella sua assenza affettiva. Da lì nasce la credenza “la mia presenza è un problema.” E così, da neonata, ho cominciato a “fare la brava”, a cercare di meritare uno spazio che pensavo di aver sottratto. Ho vissuto con impegno, prestazione, perfezionismo. Con l’illusione che, se fossi stata “abbastanza giusta”, qualcuno mi avrebbe amato. Queste convinzioni sono diventate le fondamenta della mia menzogna personale.
Paragrafo 4
La relazione primaria: madre e padre come specchi evolutivi
“Giudizio e amore sono opposti. Dall’uno provengono tutti i dolori del mondo. Ma dall’altro viene la pace di Dio Stesso.” — Un Corso in Miracoli, Lezione 352Il Rebirthing mi ha mostrato che il primo atto d’amore, nella mia incarnazione, è stata la scelta di due anime: mia madre e mio padre. Li ho scelti non per ciò che potevano darmi, ma per ciò che potevano rivelare di me. Sono stati, con tutta la loro umanità, i limiti, i dolori, l’amore senza limite e gli specchi sacri che l’anima ha invocato per ricordare chi è davvero.
Mia madre, Fioralba.
Una donna fragile, sottomessa, intrappolata nel silenzio e nella dipendenza. Non riusciva ad amarmi, ma mi ha permesso di imparare ad amare nonostante tutto. Mi ha dato il dono più grande: la distanza. Perché solo in quell’assenza ho potuto sentire la fame d’amore, il vuoto, la vergogna, la dipendenza affettiva… e solo attraversandoli ho potuto iniziare a guarire. Con lei ho imparato che non tutte le madri amano, e che anche questo può essere un dono. Lei non è stata capace di accogliermi, ma ha incarnato perfettamente il dolore che dovevo riconoscere per tornare a me. Nel nostro legame, i ruoli si sono invertiti, io sono diventata la madre della mia stessa madre, la sua guida emotiva, la sua àncora invisibile. E mentre tentavo di salvarla, mi perdevo. Il Rebirthing mi ha fatto respirare attraverso quel nodo antico. Ho sentito tutta la rabbia, il lutto di un amore mai ricevuto, la fatica del controllo emotivo. Ma ho anche potuto onorare la lezione: non sono qui per salvare, ma per essere. E mia madre, oggi la vedo, ha sostenuto il ruolo più difficile, quello della madre che non sa amare, per portare a termine il mio disegno animico.E poi c’è mio padre, Otello.
Un uomo duro, autoritario, spesso violento e soprattutto misogino, con esternazioni da manuale, con insulti, svalutazione sistematica delle donne in generale, ma con un’attenzione particolare a mia madre e me. Continui atteggiamenti di superiorità maschile, violenza verbale e fisica, riservata esclusivamente a mia madre. Con lui, ho imparato a temere l’amore. Ho confuso amore e paura, presenza e minaccia, ho ricevuto critiche, svalutazione, rifiuto, condizionamento e tutto questo ha scolpito in me l’idea che per essere amata, dovevo compiacere. Lui ha rappresentato l’archetipo distorto del maschile, quel padre che, invece di proteggere, ha fatto tremare. Io, per anni, ho replicato quel modello in relazioni tossiche, attratta da persone che mi facevano sentire “non abbastanza”, ho creduto che l’amore fosse sacrificio, rinuncia, dolore. Fino a perdermi. Con la pratica del Rebirthing, ho potuto finalmente incontrare la rabbia rimossa, quella che non ricordavo nemmeno più di avere. La rabbia verso l’autorità, il bisogno di giustizia, la paura di esprimere i miei bisogni. Ho scoperto che quella rabbia, per anni anestetizzata, era la mia energia vitale congelata. E che liberarla significava restituirmi il diritto di esistere, di scegliere, di dire no. La relazione con i miei genitori ha formato l’architettura interiore del mio ego. La mia menzogna personale, di essere sbagliata, cattiva, distruttiva, nasce proprio in quel campo di relazione, in quell’ecosistema emotivo instabile e carico di colpa. Come ogni bambina, non avevo strumenti per distinguere me dai miei genitori, ero parte del loro dolore e credevo, profondamente, di esserne la causa. Questa è l’origine del mio senso di colpa ancestrale, è la radice della convinzione di non meritare amore. Ma oggi so che quella convinzione era solo un’illusione, una nebbia, una menzogna. Respirando, l’ho attraversata. E ho potuto vedere ciò che c’era oltre, ovvero l’essenza che ha scelto due maestri perfetti, attraverso cui riscoprire l’amore incondizionato. Oggi posso dire, grazie, a mia madre, per non avermi amata come avrei voluto e a mio padre, per avermi fatto tremare. Perché solo così ho potuto cercare dentro me una verità più grande, più luminosa, più reale, io sono amore. Io sono degna. Io sono luce. Amare chi non sa amare è stata, per gran parte della mia vita, la forma d’amore che conoscevo meglio. Una modalità relazionale appresa nell’infanzia, osservando mia madre chiusa nel suo silenzio, nella sua sofferenza, nella sua incapacità di chiedere aiuto o riceverlo e io, per sopravvivere a quel vuoto, ho iniziato a inseguire briciole, a meritarmi ogni carezza, a offrire tutto di me nella speranza di ottenere un suo sguardo. Da adulta, questo schema ha continuato ad agire in profondità, alimentando la mia dipendenza affettiva. Ho attratto partner difficili, sfuggenti, instabili, spesso bisognosi di essere salvati. In questo gioco di paradossi, quello che io chiamavo “amore” mi ha condotto al Rebirthing. Vivevo una relazione in cui credevo di essere felice, nutrita, completa. Ma non sapevo che sotto quella apparente pienezza si celava un bisogno antico. Nel mio inconscio si muoveva una convinzione: “Per essere amata devo dare incondizionatamente” La dipendenza affettiva è subdola, si maschera da romanticismo, da dedizione, da amore incondizionato, ma in realtà è un nodo energetico profondo, che lega l’amore al bisogno, la presenza al sacrificio, il contatto alla paura dell’abbandono. Respirando, ho iniziato a vedere tutto questo, molto chiaramente. Ho visto la bambina che si sentiva “poco” per sua madre, e che poi ha fatto di tutto per essere vista e amata. Ho visto la donna che, pur di essere scelta, si adattava, si piegava, si annullava. Ho visto come la mia “capacità di amare” fosse spesso un modo per evitare di sentire la mia solitudine. Oggi, attraverso il Rebirthing, sto guarendo quella dinamica, sto imparando che l’amore non si mendica e non si conquista. Finché continuo a sentirmi sbagliata, attrarrò chi conferma questa convinzione. Ma se scelgo di respirare la mia verità, se scelgo di riconoscermi degna di amore, in quanto figlia di Dio, allora anche le mie relazioni sono destinate a cambiare. Non ho più bisogno di meritarmi l’amore, perché io sono amore. E questo basta.Paragrafo 5
Dall’anestesia emotiva alla rinascita spirituale
“Io ho il potere di decidere.” — Un Corso in Miracoli, Lezione 152Per molto tempo ho vissuto in uno stato di anestesia emotiva, non lo sapevo e in parte, non lo volevo vedere. Avevo imparato a non sentire, a non disturbare e a non desiderare troppo. Mi sembrava di essere in controllo, in realtà ero solo dissociata da quella parte di me che da bambina aveva gridato invano per essere amata. E così ho anestetizzato il dolore… e con esso anche la gioia. Questa anestesia ha radici antiche. Nasce con me, il 27 marzo 1973, giorno in cui sono venuta al mondo attraverso un parto indotto, forzato, manipolato. Mia madre è stata ricoverata, le hanno rotto artificialmente le membrane, le hanno somministrato ossitocina per via endovenosa e, con ogni probabilità, anche anestetici, come era prassi negli anni ’70. Mi hanno spinta fuori con forza fisica, tramite una manovra manuale in cui il medico ha premuto sul suo ventre con il braccio. Quel momento, che dovrebbe essere sacro e iniziatico, per me è stato un’entrata nel mondo sotto coercizione e incoscienza. E mentre il corpo di mia madre era addormentato, anche la mia coscienza si è ritratta. Nascere sotto anestesia, segna la memoria cellulare, imprime l’idea che la vita sia qualcosa da cui difendersi, da trattenere, da sopportare. È lì che ha avuto origine la mia anestesia emotiva, come reazione biologica e spirituale al trauma di non essere accolta nei miei tempi, nei miei bisogni, nel mio ritmo. Crescendo, ho mantenuto quella forma di sopravvivenza. Ho trattenuto il respiro, le lacrime, la rabbia, il desiderio. Per anni, non ho saputo cosa sentivo, se non attraverso i bisogni degli altri. Anche quando ero immersa nella mia attività di educatrice, di madre, di compagna, spesso il mio cuore era scollegato dal mio corpo. E non era pigrizia spirituale, era difesa antica. Come se ogni volta che mi avvicinavo all’intimità, qualcosa si spegnesse per proteggermi. Durante le respirazioni di Rebirthing, ho incontrato per la prima volta quella parte congelata di me. Era una bambina silenziosa, rannicchiata, che non piangeva nemmeno. E ho capito che non avevo più bisogno di proteggerla dal sentire, che il dolore che non ho voluto affrontare mi stava privando anche dell’amore che cercavo. L’anestesia non riguarda solo le emozioni forti. È un’interruzione della vitalità, una separazione dalla presenza. In me prendeva la forma della “brava donna” sempre controllata, mai esagerata, sempre spirituale, ma a volte vuota. Invece di vivere, mi adattavo. Invece di amare, mi accontentavo. Invece di essere, recitavo. Questa forma di auto-anestesia ha avuto un senso, mi ha salvato la vita. Mi ha permesso di sopravvivere a dinamiche familiari troppo grandi da elaborare nell’infanzia e oggi so che non mi serve più. Oggi, ogni volta che respiro consapevolmente, le do il permesso di andare, la ringrazio, la riconosco e scelgo di sentire. Non è stato facile, sentire la rabbia, la paura, il dolore, l’ingiustizia, ma è l’unico modo per attraversare il tunnel e arrivare alla rinascita spirituale. Il Rebirthing mi ha offerto uno spazio sicuro dove ricontattare le emozioni congelate, sciogliere le difese, tornare a vivere nel corpo. Attraverso ogni respiro, ho sbloccato memorie antiche, ho pianto lacrime che non avevo mai permesso, ho sentito vibrare dentro di me emozioni pure, potenti, liberatorie. Il respiro mi ha riportata nel presente, nella presenza, nella verità. E proprio lì, dove pensavo di trovare solo dolore, ho scoperto qualcosa di meraviglioso, la mia essenza era ancora lì ad aspettarmi, intatta, viva e piena di amore. Rinascere non significa ricominciare. Significa riconoscersi oltre le anestesie. È ritrovare l’essenza originaria prima delle difese, prima dei traumi, prima delle maschere. È scegliere di sentire, anche se fa paura. È il gesto più coraggioso e rivoluzionario che io abbia mai fatto. Nel momento in cui ho iniziato a respirare profondamente, nel silenzio della mente e nella verità del corpo, Dio è tornato a parlarmi. Non come l’avevo conosciuto da bambina, non come giudice, non come punizione, non come religione, ma come Presenza viva, amorevole e costante. Attraverso il respiro, ho cominciato a percepire che qualcosa di eterno e immutabile mi abitava, qualcosa che non aveva paura delle mie ferite, che non mi chiedeva di essere migliore, ma solo più vera. Nel mio passato, Dio era associato alla colpa, al peccato originale, a una richiesta di perfezione che mi faceva sentire sempre in difetto. Essere cristiana, per me, significava portare una croce, porgere l’altra guancia, espiare. E dentro questo schema io, che già mi sentivo sbagliata, cattiva, distruttiva, non potevo che allontanarmi. L’incontro discreto e potente con il libro “Un Corso in Miracoli” porta con sé tutte le risposte che ho sempre cercato, con parole semplici e folgoranti:
“Solo il mio condannare mi ferisce. Solo il mio perdono mi rende libero” (Lezione 198)E se Dio non condanna, allora nessuna delle voci che mi dicevano ‘sei colpevole’ veniva da Lui, erano solo l’eco dell’ego, che teme l’amore perché non può controllarlo. Attraverso il Rebirthing, ho riscoperto un Dio che mi sostiene, che non mi ha mai abbandonata. Oggi non prego più un Dio lontano. Lo respiro.
Paragrafo 6
Le relazioni come maestri: l’amore che riapre le ferite
“Che i miracoli sostituiscano tutti i rancori.” — Un Corso in Miracoli, Lezione 78Le relazioni non sono casuali. Sono specchi, insegnanti, portali. Coloro che abbiamo scelto come compagni, amici, figli o partner non ci hanno incontrato per caso, sono lì per far emergere ciò che ancora dobbiamo vedere in noi. Spesso, in questi incontri, riaffiorano le vecchie ferite, quelle che pensavamo di aver lasciato indietro. Ed è proprio in quei momenti che l’Amore sa farsi maestro. Nel mio percorso, dopo la rinascita donata dalle respirazioni, mi sono accorta di un fenomeno sorprendente e doloroso al contempo: l’attrazione verso partner e figure relazionali che riflettevano il mio schema genitoriale. Quelle persone che riproponevano dinamiche di controllo, distanza e giudizio. Quelle relazioni affettive in cui si alternavano il salvare e l’essere salvata, in un balletto continuo di dipendenza e paura. In questo sistema paradossale, è stato quello che io credevo essere l’amore, a portarmi al Rebirthing. Vivevo una relazione in cui credevo di essere felice, nutrita e completa. Ma non sapevo che sotto quella apparente pienezza si celava un bisogno antico. In poco tempo si fa chiara una dinamica, che io chiamo la “fisica del vuoto”, in cui ognuno dei due partner cercherà di riempire il proprio vuoto dell’essenza, colmandolo con quello dell’altro. Il “vuoto nel vuoto” in un’impossibile violazione delle leggi della fisica dell’amore, che finisce per inghiottire entrambi, tra rabbia e colpe. Poi il Rebirthing ha aperto crepe, attraverso le quali è passata la verità. Ogni relazione è stata un campo di respiro. Un luogo in cui il respiro poteva fermarsi, dimezzarsi, spezzarsi. Eppure, dentro quel campo, il Rebirthing mi ha insegnato a respirare ancora, più profondamente. A non abbandonarmi, anche quando l’altro sembrava chiedere troppo. A restare nel mio centro, anche quando il suo giudizio sembrava schiacciarmi. Innamorarsi significa per me, aprirsi alla paura di non essere abbastanza, di non essere “perfetta”. Amare significa attraversarla. E ogni relazione è diventata allora una scuola, in cui portare consapevolezza nei miei automatismi di dipendenza, di controllo, di auto-sabotaggio. Mi invitava a riscoprire dove stavo soffocando il mio vero bisogno per andare incontro a quello dell’altro e dove invece avevo perso la mia voce, pur di essere amata. Ho imparato che il ruolo del “salvatore” è altrettanto pericoloso quanto quello della “vittima”. Quando tento di salvare l’altro, lo soffoco. Quando mi pongo nel ruolo di vittima, mi perdo. Il vero incontro non ha bisogno di gesti eroici, ma di essere al mio posto, con umiltà e presenza. Ama non chi salva, ma chi osa mostrarsi vulnerabile.
“Vuoi avere ragione o essere felice?”
Questa domanda è diventata un mantra per me, perché nel conflitto tra mente e cuore, il respiro sa scegliere. In quel momento, la relazione smette di essere luogo di lotta e diventa sacramento, esperienza trasformativa. Oggi guardo alle relazioni come a un terreno sacro. Non ho più bisogno di partner disfunzionali, ho bisogno di persone che camminino con me, che respirino con me, che scelgano l’Amore anziché il controllo. Che mi mostrino, con sincerità, dove sto ancora fuggendo da me. Ogni relazione, dunque, è la mia insegnante. Ogni incontro è una possibilità di risveglio. E ogni sguardo condiviso, se accolto con consapevolezza, è un passo verso la libertà. Perché l’Amore non chiude le ferite, le illumina, le respira, le trasforma.Paragrafo 7
Il nuovo tempo: vivere nell’essenza
“Il tuo compito non è di ricercare l’amore, ma di cercare e trovare tutte le barriere dentro di te che hai costruito contro di esso.” — Un Corso in Miracoli, cap. 16, sezione IV, paragrafo 6.Arriva un momento, nel percorso di guarigione, in cui il dolore non è più il centro. Un giorno ci si accorge che il tempo interiore è cambiato, il passato non governa più, il futuro non fa più paura, è il momento in cui si entra nel tempo dell’essenza. Per me, questo passaggio non è stato improvviso, è stato il frutto di tante piccole morti dell’ego, di respiri profondi, di notti in lacrime e di silenzi che prima spaventavano e poi sono diventati casa. Tutto nella mia vita ha iniziato a scorrere in modo nuovo il lavoro, le relazioni e il tempo stesso. Vivere nell’essenza significa non identificarsi più con ciò che è stato, significa che il senso di colpa non è più il motore occulto delle mie scelte, significa che non occorre più recitare un ruolo per essere amata. Significa che posso essere, senza dover dimostrare nulla. L’essenza è la mia verità nuda, quella che non ha bisogno di maschere, è ciò che ero prima delle ferite, ma anche ciò che sono grazie alle ferite attraversate. L’essenza non è una versione migliore di me, ma l’unica versione di me, quella che non deve controllare, aggiustare, trattenere. È la Loretta che respira e basta. Che dice sì alla vita, così com’è. Nel mio percorso con il Rebirthing, vivere nell’essenza ha significato rientrare nel mio tempo naturale. Per me, questo è uno dei più grandi miracoli, uscire dalla frenesia dell’adattamento, dalla corsa perenne a “essere abbastanza” e permettere al mio ritmo autentico di emergere. Oggi non ho più problemi di puntualità o di tempo che sfugge, il tempo non mi insegue, io sono nel mio tempo. È una sensazione di allineamento interiore che non nasce dalla disciplina, ma dalla verità. Quando vivo nell’essenza, il tempo risponde. Le persone giuste arrivano. Le situazioni fluiscono. Non devo più forzare nulla, perché non sono più fuori fase con la mia anima. In questo stato, anche le relazioni cambiano. La mia relazione con i figli è maturata in un amore più libero, non più basato sul senso di colpa o sul bisogno di controllo, spogliata da tutti i sensi di colpa, è un bellissimo sentire, in cui al genitore resta il ruolo di guida e di esempio. Anche il lavoro ha smesso di essere fatica, trascorro le mie giornate lavorative con leggerezza e gioia. Vivere nell’essenza significa anche vivere al servizio. Dopo anni di ricerca, di studio, di ascolto, ho sentito nascere dentro di me un desiderio chiaro, portare tutto ciò che ho integrato al servizio degli altri. È nato così il mio lavoro come Operatore Olistico, che oggi non è solo una professione, ma la manifestazione concreta del mio ministero spirituale. Attraverso la floriterapia, la micoterapia, i gemmoderivati e il Rebirthing, accompagno altre anime nel loro stesso viaggio, quello che io conosco nel profondo perché l’ho vissuto, attraversato, trasformato. Ogni consulto, ogni incontro, è un atto d’amore, un’estensione della mia essenza nel mondo. Non voglio salvare nessuno. Ma posso camminare accanto, come testimone del possibile. Il mio studio, il mio spazio, le mie parole sono diventati templi dell’essere, luoghi dove si cambia senza giudizio, dove si onora il ritmo naturale, dove si può attraversare la propria ferita senza paura. Sento sempre più chiaramente che il mio ministero verrà edificato là, con semplicità, verità e amore. Vivere nell’essenza è anche educare alla luce, ricordare agli altri la loro origine divina, accompagnarli a vedere oltre l’ego e riconoscere il proprio valore autentico. Non si tratta più di “fare qualcosa”, ma di essere qualcosa, nella piena fiducia che ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio possano diventare strumenti del risveglio altrui. E così, il mio lavoro è diventato servizio. Perché l’essenza non si sforza, esiste. Non pretende, dona. Non pretende di cambiare gli altri, ma ispira con la sua sola presenza. Ogni giorno la felicità e la gioia sono il mio stato naturale e ogni pensiero che mi riporta al passato o mi proietta nella paura, è un invito a respirare, a tornare al presente, dove l’ego tace e l’essenza parla. Con semplicità, verità e amore.
Ringraziamenti
Giunta alla fine di questa tesi, sento profondo il desiderio di ringraziare chi ha reso possibile questo viaggio.
Un grazie immenso va a Patrice Ellequain, mentore nella pratica del Rebirthing, e da più di vent’anni riferimento internazionale per questa disciplina, nonché co-fondatore della Scuola Amare di Rebirthing a Roma. La sua visione, la sua esperienza e il suo approccio essenziale mi hanno aperto la via verso l’Essenza.
Un ringraziamento speciale a Martina Malenotti, co-fondatrice della Scuola Amare, Rebirther, madre e ricercatrice instancabile nel mondo di amore e verità, la sua sensibilità, la sua dedizione, la sua capacità di fondere conoscenza e spiritualità sono state per me fonte di enorme ispirazione.
La Scuola Amare di Rebirthing, ha rappresentato non solo un luogo di formazione, ma un vero e proprio laboratorio spirituale, un ambiente etico e professionale dove ho potuto trasformare la mia relazione con la vita, con me stessa e con gli altri.
Insieme a Patrice e Martina, desidero ringraziare le assistenti, Emanuela Pedullà, Monica Carli, Laura Mosconi e Catherine Porta presenti sempre nell’amore e nel servizio. Il mio pensiero di amore e gratitudine va ad ognuno dei compagni e partecipanti ai seminari della Scuola Amare. Il vostro coraggio, la vostra autenticità, la vostra ricerca interiore sono stati per me dono e specchio. Grazie a: Bonifacio, Alberta, Antonella, Greta, Katia, Martina, Monica, Nicholas, Paola, Silvia e Zakia.
A ognuno di voi, grazie di cuore, è stato un onore respirare accanto a voi.
Un grazie speciale va a Rosmary Heredia, presenza luminosa e discreta che in due seminari chiave del mio percorso, è stata come una cometa lucente di amore e servizio. Porto con me il suo esempio. Grazie per essere apparsa al momento giusto, come solo le anime guida sanno fare.
Con amore e gratitudine,
Loretta S.,
